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Gen 2, 2024 | Argentina, Dollarizzazione

Che cos’è la dollarizzazione?

Le recenti elezioni in Argentina e la campagna elettorale dell’eccentrico Javier Milei hanno riportato in voga il concetto di “dollarizzazione”. Termine che in questi mesi è stato spesso relegato dai giornali italiani ad una promessa da campagna elettorale, quando non a un’altra delle follie di questo strano economista che tra cani clonati e lezioni di sesso tantrico si presta particolarmente bene ai pettegolezzi dei tabloid.

La suddetta ricetta di politica economica è tuttavia estremamente lontana dal picaresco, ed anzi è già stata attuata da altri Paesi in giro per il mondo, in particolare in quel Sud America che da sempre mostra problemi di stabilità macroeconomica. È quindi fondamentale fare chiarezza ed andare a vedere per quale motivo uno Stato possa effettivamente trovarsi nelle condizioni di scegliere di rinunciare alla propria indipendenza monetaria.

Che cosa vuol dire dollarizzazione?

Spesso e volentieri si fa confusione intorno all’uso di questo termine. Si può infatti distinguere tra la dollarizzazione completa (o de jure), termine che si riferisce alla sostituzione della moneta nazionale con una straniera, che diventa a corso legale, e quella parziale, ossia la pratica comune, più o meno istituzionalizzata, di utilizzare moneta estera all’interno di un dato Paese.

Non è un caso che questo termine prenda il nome dalla moneta statunitense. Visto il ruolo preminente degli Stati Uniti all’interno dell’economia globale e della geopolitica, il dollaro offre importanti garanzie di stabilità che possono fare gola ai Paesi in via di sviluppo che si ritrovano a fare i conti con economie allo sbando e monete particolarmente instabili.

Va poi considerato anche il ruolo giocato dagli scambi commerciali in questo tipo di decisioni. Chiaramente, qual ora le condizioni ci obblighino a dare corso legale a una moneta estera è conveniente sceglierne quantomeno una di un Paese con qui vi sia un volume di scambi consistente. 

Un esempio peculiare in questo senso è quello del Buthan, piccolissimo regno incastonato nelle montagne del Himalaya orientale che proprio a causa delle fortissime interconnessioni esistenti tra la sua economia e la vicina India, dal 1974 ha ancorato il valore della propria moneta nazionale, il ngultrum, alla rupia indiana.

Il caso della dollarizzazione completa di Panama

Il caso di Panama è sicuramente quello più citato quando si parla di full dollarization. Il piccolo Paese americano ha adottato il dollaro a corso legale dalla sua indipendenza nel 1904, iniziando però anche a stampare una propria moneta nazionale il balboa, il cui valore è a sua volta ancorato a quello della moneta statunitense.

In questo specifico caso, oltre al grande volume di scambi commerciali con i vicini Stati Uniti e all’elevatissima inflazione provocata in gran parte dalla stessa Guerra dei Mille giorni – il conflitto con il quale il piccolo Stato centro americano aveva ottenuto l’indipendenza dalla Colombia –, Panama subì anche numerose pressioni esterne.

Il Presidente repubblicano degli USA Theodore Roosevelt era interessato a spingere Panama il più possibile all’interno della propria orbita, così da poter costruire il celebre canale. Proprio a questo scopo furono fatte pressioni sulla piccola provincia, sia per l’ottenimento dell’indipendenza politica dalla Colombia che per l’adozione a corso legale della moneta americana.

La dollarizzazione rappresenta tuttora uno strumento perfetto per creare un vincolo politico con gli Stati Uniti, fattore che rende questa policy ancora più appetibile che in passato per molti Paesi in via di sviluppo bisognosi di rassicurare gli investitori esteri.

Altri esempi storici

L’esempio di Panama è stato seguito quasi 100 anni dopo da altri due paesi del continente americano: l’Ecuador nel 2000 ha scelto di adottare il dollaro come moneta ufficiale, nel 2001 ne ha seguito la repubblica di El Salvador

Il primo di questi due casi è particolarmente interessante. Al contrario di come avviene di solito, l’Ecuador ha scelto di passare alla moneta americana dopo anni di indipendenza politica e monetaria. A partire dal 1998, il Paese versava infatti in una condizione economica disperata, provocata da un mix di problematiche ambientali strutturali e acuita dagli effetti nefasti di una dollarizzazione parziale che – come spesso avviene in Sud America – incrementa l’inflazione.

In quel caso la scelta di attuare una dollarizzazione completa ha condotto ad un fallito tentativo di colpo di Stato portato avanti da militari ed indigeni nel 2000 e alle successive dimissioni del presidente Jamil Mahuad. Passò in carica il suo vice, Gustavo Noboa, che portò a compimento il processo il 9 giugno di quello stesso anno.

Verso una dollarizzazione in Argentina 

Vi abbiamo già parlato di Milei, il neoeletto presidente argentino, contraddistinto da un orientamento smaccatamente liberale – “anarco-capitalista” direbbe lui –, e che sulle questioni economiche si colloca in controtendenza rispetto alla maggior parte dei predecessori.

L’insediamento del governo è andato avanti e in questo frangente Luis Caputo, ex presidente della Central Bank argentina, ha ricevuto l’incarico come ministro dell’economia. Per il momento, Caputo ha escluso che nei progetti a breve termine dell’esecutivo ci sia quello della dollarizzazione completa, lasciando tuttavia aperti spiragli per il futuro.

Bisogna inoltre considerare che il progetto di Milei sembra presentare degli ostacoli tutt’altro che trascurabili.

In proposito l’economista Juan Manuel Telechea segnala come la sostituzione del peso – la moneta argentina – avrebbe dei costi esorbitanti. Servirebbero non meno di 30 miliardi di dollari americani per portare a compimento l’operazione. Cifra particolarmente difficile da mettere insieme per un Paese che – stando a J.P Morgan – quest’anno dovrebbe avere un inflazione del 210% e una contrazione del Pil pari al -3, -1%. 

Peraltro, neanche i vertici dell’economia del Paese paiono schierarsi dalla parte del presidente Miliei in questa battaglia. In una serie di interviste dell’agenzia di stampa Reuters durante un summit di industriali argentini lo scorso ottobre a Mar del Plata, i presenti si sono mostrati più inclini a continuare con il peso o con una soluzione ibrida come quella proposta durante le elezioni dalla candidata conservatrice Patricia Bullrich rispetto ad una dollarizzazione completa.

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