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Gen 17, 2024 | APPROFONDIMENTO, Cinema

Fondi pubblici al cinema italiano

Manca un sistema, anche culturale – Parte II

Il dibattito sui fondi pubblici riservati al cinema italiano è a una nuova puntata: analisi di un problema culturale e industriale. 

Nella prima parte di questo articolo avevamo brevemente spiegato come funzionava il sistema di fondi pubblici conferiti al cinema italiano, snocciolando diversi dati sui fondi erogati e sugli incassi o le presenze in sala ottenute dai film finanziati a livello statale.

In questa seconda parte, cercheremo di andare più nello specifico evidenziando le (non poche) criticità del sistema.

Il documento riservato

Ha fatto un po’ di rumore il recente documento ‘riservato’ che l’Adnkronos ha potuto visualizzare e raccontare in un articolo recente, pubblicato a fine ottobre 2023. Qui si parla di crescita dei contributi pubblici per il cinema nell’ultimo quadriennio, di “compensi milionari per i registi”, di un maggior quantitativo di opere prodotte nonostante gli incassi più bassi rispetto a Francia e Germania, di un aumento di richieste del tax credit (domande quadruplicate negli ultimi quattro anni) e di uscite brevissime nelle sale cinematografiche di alcuni film con un bassissimo afflusso di spettatori.

In base a quanto si legge nel documento, i contributi pubblici destinati all’industria dell’audiovisivo sono passati da 423,5 milioni di euro nel 2017 a 849,9 milioni di euro nel 2022, riscendendo poi a 746 milioni di euro nel 2023

Tra le voci che è difficile reperire nell’industria cinematografica italiana ci sono quelle relative ai compensi. Nel documento si parla anche di questo. Adnkronos cita Gabriele Muccino (2,2 milioni di euro di compenso per A casa tutti bene), Paolo Genovese (1,4 milioni di euro), Luca Guadagnino e Edoardo Gabriellini (2,4 milioni di euro per We are who we are), Saverio Costanzo (1,4 milioni per L’amica geniale – Storia del nuovo cognome) e Joseph Maximilian Wright (1,7 milioni per M – Il figlio del secolo). In particolare, questi ultimi due film citati hanno ricevuto finanziamenti totali rispettivamente pari a 13,2 e 14,9 milioni di euro, ma hanno dalla loro l’egida produttiva di Sky, essendo stati trasformati in serie (la prima di successo, la seconda probabilmente pure), ma parliamo però di serie tv e non di cinema, e i due media sono in realtà due cose diverse.

Nel report emergono anche titoli di film come Prima di andare via, di Massimo Cappelli, che avrebbe ricevuto 700 mila euro di fondi per un totale di 29 presenze in sala, mentre alti venti film, con contributi totali da 11,5 milioni di euro, hanno registrato incassi irrisori, da circa 2.000 euro a pellicola. Proprio nel documento riservato (e ora non più) citato da Adnkronos si leggerebbe la seguente dicitura: “Ci impongono un deciso cambio di marcia, rapido e incisivo. Dobbiamo essere certi dell’utilizzo corretto delle risorse pubbliche”

L’Italia continua ad avere un elevatissimo numero di produzioni, in particolare lungometraggi. Nel 2021 sono stati prodotti 239 lungometraggi in Italia, contro 197 della Francia e 126 del Regno Unito, ma gli incassi sono stati irrisori per le nostre pellicole nazionali (176,9 milioni di euro nel 2021, saliti poi a 306,6 nel 2022), mentre in Francia sono stati 672,4 milioni di euro nel 2021, saliti a 1.094,4 milioni nel 2022 e nel Regno Unito nel 2022 si è arrivati a 980,8 milioni di euro, ovvero più del terzo degli incassi generati dai film italiani nel 2022, a fronte però di un minor numero di produzioni (ricordiamo, 126 contro 239). 

Il problema è nel “System”

È chiaro che la questione non è solo economica, ma anche culturale. Molti film vengono prodotti con un occhio alla qualità artistica, non solo al ritorno economico. Senza quei soldi, i film di interesse culturale farebbero fatica a raggiungere non le sale, ma anche la fine della produzione. Tuttavia, i numeri parlano chiaro: i contributi pubblici sembrano avere svolto spesso il ruolo di salvavita per un settore in crisi.

L’obiettivo non dovrebbe essere solo mantenere a galla un’industria traballante, ma rafforzare la capacità del cinema italiano di stare sul mercato con le proprie gambe, di generare opere che oltre a soddisfare criteri artistici, siano anche economicamente sostenibili. È così oggi?

Il riferimento è la vicina Francia, che nonostante i problemi, presenta un sistema maturo, anche per quanto riguarda l’accoglienza del pubblico, grazie alle numerose sale che proiettano film d’autore, associate a quelle che proiettano film commerciali, abbracciando vari tipi di pubblico, e soprattutto quelli più esigenti (ad esempio, se si vuole vedere un film in lingua originale, ciò è molto più facile che da noi). 

A livello di contributi pubblici il meccanismo del sistema francese è simile al nostro, ma dal punto di vista del ROI (Return of Investment) i risultati, come abbiamo visto dai dati, sono molto diversi. Le maestranze regalano prodotti che hanno una risposta nel pubblico, e non è un caso che molti dei film italiani siano in realtà dei remake di film francesi, abitudine intrapresa dall’enorme successo di Benvenuti al Sud, successo poi mai più replicato. 

Forse alcuni film italiani trovano una nuova vita all’estero? C’è da dire che il panorama del cinema italiano si presenta diviso in due percezioni distinte: quella interna e quella esterna. Figure come Edoardo Leo, Marco Giallini, Miriam Leone, Claudia Gerini e Margherita Buy rappresentano il nostro “Star star Systemsystem”, al cui interno troviamo spesso attori abituati al piccolo schermo (Luca e Paolo, Ficarra e Picone, etc.), con contaminazioni dall’una e dall’altra parte che, di fatto, soprattutto in certe pellicole, vanno a creare un unico media (e un unico pubblico).

Una recente ricerca dell’ANICA ha mostrato che negli ultimi cinque anni la distribuzione internazionale dei film italiani è aumentata notevolmente, con un incremento del 124% tra il 2017 e il 2021. Nonostante i film italiani di alto profilo siano poco visti in patria, nella ricerca si legge che tali prodotti hanno un mercato internazionale considerevole. Gli attori italiani stanno ottenendo ruoli in produzioni internazionali e l’Italia sta diventando una location desiderata per le riprese, grazie alla competenza delle maestranze italiane.

L’elemento chiave della ricerca succitata si può riassumere nei seguenti assiomi: 

  • Le co-produzioni internazionali sono in aumento, rendendo l’Italia un partner ricercato. 
  • I film italiani in co-produzione generano entrate significative, non ostacolate dalla pandemia. 
  • L’arrivo delle piattaforme di streaming ha contribuito ulteriormente a diffondere il cinema italiano globalmente.

Tuttavia, l’aumento nella produzione di film porta anche problemi. Molti di questi film non hanno vita reale nei cinema e si tratta più di progetti amatoriali finanziati dai fondi pubblici, sottraendo risorse ai film più meritevoli. L’industria dell’animazione italiana, che potrebbe avere un grande potenziale internazionale, rimane invece stagnante e poco sviluppata. 

Insomma, alla fine sono tutti d’accordo su una cosa: bisogna riformare il meccanismo di stanziamento dei fondi pubblici alle produzioni di opere audiovisive. Per i colossi, la colpa è di chi prende i fondi per fare film amatoriali e non incassare neppure 1 euro. Per i “piccoli”, ovviamente, la colpa è delle grandi produzioni, che finanziano i propri film anche fino al 50%, servendosi degli aiuti statali anche laddove non ce n’è bisogno, e contribuendo a tenere a galla un sistema destinato a implodere.

Una storia che si ripete

In realtà, quello di cui stiamo parlando è una storia vecchia. Cambiano le leggi, cambiano i volti, ma i problemi restano sempre gli stessi. 

Anche prima della legge Franceschini si erogavano aiuti statali, e i risultati erano gli stessi. In dodici anni, dal 1994 al 2006, lo Stato ha finanziato 544 film per un totale di 817 milioni di euro. Di questi 544 film quasi un terzo (il 28%, per l’esattezza) non hai mai visto l’uscita in sala, mentre gli incassi medi, contando il carnet di film complessivo, sono ammontati a 378.000 €. Infine, solo il 4,5% ha recuperato i finanziamenti avuti. 

Inoltre, deve far pensare che anche allora un meccanismo premiale c’era. I soldi pubblici venivano elargiti in base ai risultati al botteghino, e così anche i celebri cinepanettoni ricevevano un contributo statale, perché classificati come “di interesse culturale”. 

Alla conquista dell’estero

È ancora la Francia che può parlare di successo di cinema nazionale all’estero. Nel 2022, infatti, il cinema francese all’estero ha totalizzato ben 167,4 milioni di incasso, registrando un significativo miglioramento rispetto all’anno precedente (+51,8%).

Tuttavia, questo dato è ancora inferiore del 32,5% rispetto alla media dell’ultimo decennio. Parallelamente, in Francia, gli spettatori nei cinema sono aumentati del 59,2% rispetto al 2021, ma hanno registrato un calo del 26,9% rispetto al periodo pre-Covid, con un totale di 151,97 milioni di spettatori.

Tra i film francesi di maggior successo all’estero ci sono Qu’est-ce qu’on a tous fai tau Bon Dieu? con 1,82 milioni di spettatori, Pil con 1,32 milioni e Le loup et le lion con 1,26 milioni. I generi più popolari sono stati le commedie (39,7%), l’animazione (24,5%) e i drammatici (14,2%). Sette film francesi hanno superato il milione di spettatori all’estero, e 47 hanno raggiunto oltre 100.000 spettatori.

L’Europa occidentale rimane il principale mercato per il cinema francese, rappresentando il 45,2% delle entrate straniere, con 12,2 milioni di spettatori. Anche se c’è stata una crescita dell’81,8% rispetto al 2021, il numero di spettatori è diminuito del 43,1% rispetto al 2019. La Germania si è rivelata il mercato più forte per il cinema francese nel 2022, con 2,82 milioni di spettatori.

Nel 2022, i film francesi hanno raggiunto una quota record del 26,1% delle entrate all’estero in Europa centrale e orientale, con successi particolari in Polonia, Bosnia-Erzegovina e Croazia. L’America Latina segue con il 12,7% delle entrate, guidata dal Messico e registrando aumenti in Bolivia, Cile, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela. La regione USA/Canada ha contribuito con il 6,6%, l’Asia con il 5,7% (nonostante un anno difficile a causa della pandemia), Oceania con l’1,9%, e Africa e Medio Oriente con l’1,8%.

Oltre alle sale cinematografiche, i film francesi stanno guadagnando popolarità sulle piattaforme SVOD (Subscription Video-On-Demand): la Francia che rappresenta il 6,5% dei film disponibili su queste piattaforme. Netflix, Amazon Prime Video e HBO Max, tra gli altri, offrono una significativa percentuale di film francesi nei loro cataloghi. Sette titoli francesi figurano nella top 10 dei film non anglofoni più visti su Netflix, dimostrando l’interesse crescente per il cinema transalpino. 

Questa tendenza è incoraggiata anche dagli obblighi di finanziamento europei per la produzione locale introdotti di recente sulle piattaforme e apporta dei risultati, perché, come detto, l’industria, nonostante i problemi e senza dare colpe a nessuno (il pubblico poco sensibile, ad esempio), funziona.

E gli incassi dei film italiani all’estero? 

La risposta a questa domanda è: l’Italia attira investimenti. Con vanto, si dichiara che nel solo 2022 le produzioni internazionali cinematografiche hanno investito in Italia una somma superiore al quinquennio 2016-2021. A dirlo è il già citato report dell’Ufficio Studio della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo del MiC, “Tutti i numeri del cinema e dell’audiovisivo italiano – Anno 2022”. Ma per quanto riguarda un’analisi degli incassi dei film italiani all’estero non se ne ha notizia. 

Abbiamo provato a domandare all’ANICA qualche numero sui film italiani all’estero, dati che per altre produzioni nazionali sono meno difficili da reperire. E parliamo di dati di incassi, insomma, di ritorno dell’investimento, non del valore di produzione. 

Tuttavia, non ci è stata fornita alcuna risposta.

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