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Mar 21, 2024 | Diritti, IN EVIDENZA

Violenza e discriminazione di genere

Un costo economico per i Paesi UE?

Discriminazione e violenza di genere sono innanzitutto un problema culturale e sociale, ma hanno anche un costo economico per l’Unione europea.

L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) ha stimato che, ogni anno, il costo della violenza di genere per i Paesi UE è di 366 miliardi di euro. Solo per l’Italia, la perdita è di 49,1 miliardi di euro l’anno.

Ma cosa vuol dire, esattamente, che discriminazione e violenza di genere producono un costo economico per uno Stato? È sempre l’EIGE a spiegare che si tratta di un insieme di costi diversi: c’è, ad esempio, un costo in termini di perdita del rendimento economicoper il venir meno della produttività lavorativa delle donne vittime di violenza e discriminazione.

In secondo luogo, pesa l’aumento della spesa pubblica per coprire servizi sanitari, sistemi di giustizia penale e civile, costi per alloggi, nel caso le vittime dovessero averne bisogno, o per la protezione di minori.

Non vanno sottovalutate nemmeno le conseguenze fisiche ed emotive di violenza e discriminazione perché queste comportano una riduzione sulla qualità della vita della donna, che parteciperà meno all’economia dello Stato. Anzi, per l’EIGE è proprio quest’ultimo tipo di costo, legato alla violenza di genere, a incidere maggiormente sulla perdita economica di un Paese (56%), seguito dai costi per i servizi di giustizia penale (21%) e dalla perdita di produzione economica (14%).

I vantaggi dell’uguaglianza di genere in termini di crescita del PIL

Al contrario, miglioramenti in termine di uguaglianza di genere produrrebbero impatti positivi e crescenti nel tempo sul Prodotto Interno Lordo (PIL) di un Paese e più elevati livelli di occupazione.

L’Istituto europeo ha stimato che una maggiore uguaglianza di genere contribuirebbe ad un aumento del PIL dell’UE tra il 6,1 e il 9,6% entro il 2050, vale a dire tra gli 1,95 e 3,15 trilioni di euro. E l’aumento sarebbe già evidente nel 2030, con un +2% del PIL.

I dati, con riferimento all’Italia, sono ancora più impressionanti perché per l’EIGE i Paesi con maggior margine di miglioramento in tema di uguaglianza di genere sono quelli che hanno più da guadagnare in termini economici. E l’Italia rientra proprio in questo caso.

Secondo l’ultimo indice sulla parità di genere in Unione Europea, l’Italia è al di sotto della media UE, che è circa 70 punti su 100. L’unico risvolto positivo della situazione nel nostro Paese è proprio che i miglioramenti economici derivanti da una maggiore uguaglianza di genere possono essere i più alti: per Stati come l’Italia, l’EIGE stima un aumento del PIL del 12% circa entro il 2050.

…e di crescita di posti di lavoro

Una diminuzione della discriminazione di genere porterebbe a 10,5 milioni di posti di lavoro in più in Unione europea entro il 2050, a beneficio sia delle donne che degli uomini. Circa il 70% di questi posti di lavoro sarebbe occupato da donne. Considerando che le donne vivono in condizioni di povertà più spesso degli uomini, a causa delle minori prospettive occupazionali e salariali, i nuovi posti di lavoro ridurrebbero il rischio di povertà delle donne.

Se poi si colmasse il divario di genere nell’area STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) si potrebbe ridurre il gap di competenze tra i sessi e aumentare l’occupazione e la produttività delle donne.

In definitiva, dice l’Istituto europeo, ciò favorirebbe la crescita economica. Le donne impiegate in ambito STEM, dunque più specializzate, avrebbero stipendi più alti, al punto che si arriverebbe a colmare il divario salariale tra i sessi entro il 2050.

E nel resto del mondo?

Allargando l’orizzonte oltre l’Unione europea, la sostanza non cambia: anche il report della Banca Mondiale “Women, Business, and the Law”, pubblicato il 4 marzo scorso, afferma che la parità di genere sul lavoro farebbe crescere il PIL del 20%. “In tutto il mondo, leggi e pratiche discriminatorie impediscono alle donne di lavorare o avviare imprese su un piano di parità con gli uomini. Colmare questo divario potrebbe far aumentare il Prodotto Interno Lordo globale di oltre il 20% – sostanzialmente raddoppiando il tasso di crescita globale nel prossimo decennio –, ma le riforme sono rallentate a passo d’uomo”, ha dichiarato Indermit Gill, capo economista della Banca Mondiale.

Il lavoro non retribuito delle donne vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno

In Italia, secondo i dati Inps sui lavoratori del settore privato relativi al 2022, tra uomini e donne la differenza di stipendio annuo vale circa 8mila euro. Ma questo dato non tiene conto della quantità di ore lavorate e del lavoro non retribuito.

In Italia la percentuale di lavoratrici part-time è oltre il 30%, contro poco più del 10% dei lavoratori. Ma quante di queste lavoratrici scelgono volontariamente un orario ridotto?

Impossibile dare una risposta senza considerare i numeri del lavoro non retribuito di cura e assistenza che, per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in Italia è svolto principalmente dalle donne: sono infatti loro a farsi carico del 74% del totale delle ore di lavoro non pagato di cura. Le donne, insomma, molto spesso sono costrette a scegliere contratti part-timeper poi sobbarcarsi tutta la parte di lavoro non retribuito.

È l’ennesimo esempio di discriminazione di genere che vede vittime le donne e che pure determina perdite economiche.

E non solo in Italia.

Secondo il rapporto Oxfam “Time to Care”, infatti, le donne svolgono a livello globale più di tre quarti di tutto il lavoro di cura non retribuito: 12,5 miliardi di ore ogni giorno, come se 1,5 miliardi di persone lavorassero otto ore al giorno senza retribuzione.

Si tratta di un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno. Per intenderci, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici.

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