Logo Piave agenzia di marketing e comunicazione digitale
Il blog di Piave: stories, analisi, notizie.

Mar 28, 2024 | Diritti, IN EVIDENZA

USA v. Minorities: il caso delle affirmative actions

Che cosa sono le affirmative actions

Con il termine affirmative action ci si riferisce a un insieme di politiche volte ad aumentare le opportunità per le persone appartenenti a determinate categorie sottorappresentate. Spesso si utilizza questo termine per riferirsi a tutte quelle “discriminazioni” poste in essere in favore di specifiche parti della società come, ad esempio, sistemi di quota riservati ad una determinata etnia.

Gli Stati Uniti sono nel tempo divenuti i campioni di questo tipo di politiche. E sebbene la loro origine possa essere fatta risalire almeno all’Executive Order 10925 del presidente John Fitzgerald Kennedy, la loro implementazione non ha ancora finito di far discutere. 

Un sondaggio svolto dal Think Thank Pew research Center lo scorso anno riporta ad esempio come tra gli intervistati vi sia una netta contrarietà a questo tipo di politiche. Non stupisce pertanto che la corte suprema si sia più volte trovata a dover dirimere questioni relative alle affirmative actions.

Affirmative actions e Istruzione

Negli Stati Uniti l’istruzione è ancora vista da molti come il terreno prediletto per accrescere il proprio status sociale. In virtù di questo, nel settore si sono progressivamente diffuse pratiche che mirano a superare la scarsa rappresentazione delle minoranze all’interno delle scuole e delle università di maggior prestigio.

Basti pensare che stando al rapporto presentato da Harvard durante il processo che l’ha interessata, di cui parleremo dettagliatamente più avanti. Il 40% delle università americane sino allo scorso anno adottava politiche riconducibili al concetto di affirmative action. Chiaramente questo ha portato anche alla diffusione, presso alcune fasce della popolazione, di un malcontento che è inevitabilmente sfociato nelle aule di tribunale. 

La sentenza del 1978

Il punto di partenza della storia legale delle affirmative actions è una sentenza della corte suprema del 1978 (Regents of the University of California v. Bakke) che ha di fatto sancito la possibilità per le università di tenere conto dell’etnia nei processi di selezione pur dichiarando le quote su base etnica incostituzionale.

La sentenza fu messa nuovamente in discussione nel 1996 da Barbara Grutter, un ex alunna dell’università del Michigan che dopo anni dalla laurea decise di rivolgersi al suo ex ateneo per rimettersi a studiare in vista di un futuro cambio di carriera. Nonostante gli ottimi risultati ottenuti nei test validi per l’ammissione però la donna non riuscì ad accedere ai corsi. 

Dopo aver scoperto tramite un giornale locale che gli appartenenti a determinate minoranze etniche erano entrati con punteggi più bassi del suo, decise di dichiararsi parte lesa in una causa intentata dal Center For Individual Rights, una ONG specializzata proprio nel fornire assistenza legale.

Al termine del procedimento nel 2003 la corte suprema, che pure era composta da una maggioranza repubblicana, si è però espressa con 5-4 in favore dell’università del Michigan grazie al voto decisivo della giudice Sandra Day O’Connor.

Questo processo oltre a riaccendere il dibattito pubblico ha generato un sostegno trasversale nei confronti dell’università del Michigan che ha incassato un totale di 57 amicous briefs, delle dichiarazioni in forma scritta che privati, istituzioni ed aziende possono mandare alla corte per tentare di convincerla ad esprimersi in favore di una delle parti in causa. 

«I am an asian American I have a dream too»

Nel 2023 questo slogan campeggiava su molti cartelli portati avanti dai sostenitori dei ricorrenti nella causa contro Harvard, uno dei due procedimenti intentati dalla Students For Fair Admissions al fine di ottenere una revisione della decisone precedente da parte della corte.

Harvard è infatti un’università privata, e pertanto ha libertà di scegliere i metodi di selezione che preferisce. Ma al pari di molti altri atenei privati che ricevono fondi federali deve attenersi a delle regole, tra le quali quelle derivanti dal Titolo 6 del Civil Rights Act che obbligano a non discriminare su basi etniche.

Nel caso specifico il processo di selezione messo in piedi da Harvard prevedeva una serie di interviste con i candidati più meritevoli, oltre alle classiche valutazioni relative alle conoscenze scolastiche e alle attività extra curricolari.

Il caso di Harvard

Nel 2023 l’associazione Students for Fair Admissions fondata dall’attivista Edward Blum ha citato in giudizio prima Harvard e successivamente anche l’università del North Carolina accusandole di penalizzare sistematicamente gli studenti asiatici durante i processi di selezione, riuscendo ad ottenere che il processo arrivasse di fronte alla Corte Suprema, chiamata dunque a rivedere le decisioni precedenti.

In questa sede il report presentato dalla Students For Fair Admissions e redatto dall’economista della Duke University Peter Arcidiacono ha mostrato, tra le altre cose, che voti migliori corrispondevano ad un più alto punteggio nelle interviste per tutte le etnie ad eccezione di quella asiatica. 

Arcidiacono non ha fatto altro che confermare un’idea già largamente diffusa tra gli studenti di etnia asiatica. In un articolo pubblicato dal New York Times in seguito all’inizio della causa, molti studenti avevano dichiarato di aver cercato di sembrare “meno asiatici” nelle applications per il college, ad esempio evitando di menzionare la propria passione per gli scacchi, il piano o il violino, attività che negli Stati Uniti vengono sovente associate a questa etnia.

In un documento presentato dalla  Students For Fair Admissions si riportava anche l’esistenza di una vera e propria industria che fornisce ai potenziali studenti delle consulenze che li aiutino ad apparire meno asiatici, massimizzando dunque le loro possibilità di entrate all’interno di università considerare d’élite. 

Il caso politico

Durante i mesi precedenti alla pronuncia della Corte i sostenitori di Harvard, oltre a ribadire il ruolo delle affirmative actions, si scagliarono sulla figura di Bloom, attivista dichiaratamente repubblicano che da loro veniva accusato di utilizzare la presunta discriminazione degli studenti asiatici come un cavallo di Troia per eliminare i tentavi di inclusione che gli Stati Uniti stanno faticosamente tentando di mettere in atto.

Quali che siano le ragioni, il 17 novembre 2014 la Corte Suprema, che come nel caso precedente era a maggioranza repubblicana, ha deciso di sovvertire quanto era stato deciso nei 40 anni precedenti dichiarando che l’etnia non potesse più essere considerato un criterio valido nelle procedure di ammissioni al college.

Affirmative actions: lo stato delle cose

Chiaramente le polemiche non si esauriscono con l’ultima sentenza e il 20 febbraio di quest’anno la Corte Suprema ha negato un nuovo possibile ricorso in materia di affirmative actions. In questo caso la richiesta di revisione proveniva da un insieme di studenti professori e impiegati della Thomas Jefferson High School di Richmond Virginia contrari ai nuovi metodi di selezioni adottati dal board dell’istituto.

La scuola nel 2020 aveva cambiato le proprie politiche di ammissione al fine di includere studenti provenienti da segmenti sociali sottorappresentati. Fino a quel momento, infatti, la scuola era solita ammettere studenti quasi unicamente provenienti da poche specifiche scuole. Successivamente aveva invece iniziato a riservare delle quote ai migliori studenti della zona senza tenere conto della provenienza, e a dare punti extra a coloro che venissero da scuole scarsamente rappresentate o che avessero diritto al pranzo gratis. Un indicatore comunemente usato negli Stati Uniti per identificare i nuclei familiari indigenti.

Il cambiamento nei metodi di selezione ha portato un immediato calo nel numero degli studenti asiatici iscritti. Tuttavia, visto che la suddetta metodologia non prevede distinzioni basate sulla etnia, ma solo sulla condizione economica la corte ha ritenuto di dover intervenire. Nonostante il parere fortemente contrario dei giudici Samuel Alito e Clarence Thomas, determinati a rivedere anche questa procedura di selezione che a loro dire è mirata alla discriminazione degli studenti asiatici.

Crediamo, Costruiamo, Connettiamo.

Siamo professionisti del digitale accomunati dalla convinzione che a partire dai dati si possano creare le migliori strategie di comunicazione. Ogni nostro progetto parte con una domanda, “perché?” Al come ci pensiamo noi!

Vuoi ricevere news sul mondo
della Comunicazione Digitale?

Conosci Piave?

Comincia da Qui.
Hai voglia di conoscere le nostre idee sul Digital Marketing?